winstonsmithblog

Aneddoti di gente comune.

Il caso n. 23

Il Dottor Ascoltieri, psichiatra nell’ospedale Veritas, entra a far visita ad un anziano signore ormai moribondo.
L’uomo sta dormendo, già da un mese è costretto in quel letto d’ospedale nella stanza buia, grigia che gli era stata assegnata;si rifugia pensando a quando di anni ne aveva ventitrè, proprio come il numero di stanza che adesso sembra esser diventato il suo nome.

È infatti conosciuto come il paziente della stanza 23.

Ricorda, sogna la sua vita, quando un tempo da giovane tutto era diverso,tutto era facile,un gioco.

Niente lo spaventava, niente era in grado di fermarlo.

Il dottor Ascoltieri vede sorridere l’anziano signore,ormai segnato dalla vecchiaia.

Rimane ad osservare quel sorriso.

È un sorriso sincero, non si tratta di un’espressione costruita; non è altro che amore per la vita, vita per la quale adesso stava lottando.

Lo psichiatra non era abituato a dover affrontare quest’espressione, era solito curare pazienti che quel sorriso l’avevano perso, o forse non l’avevano mai avuto.

Li faceva sdraiare nel comodo lettino del suo accogliente studio e poneva loro delle domande. Così cominciava a capire perché in quei pazienti il sorriso si era spento.

Era famoso, ventidue casi su ventidue risolti; ventidue pazienti erano guariti, “l’infallibile” lo chiamavano i suoi colleghi che celavano una profonda invidia.

Ora il dottor Ascoltieri si trovava in quella stanza grigia. Come ogni giorno aveva percorso il solito corridoio, il suo turno era terminato per quel giorno ed era pronto per tornare a casa. Ma la porta con quel numero ventitré aveva causato in lui un ipnotico effetto che lo aveva spinto ad entrare per dissetare la sua sete prodotta dalla sua sfrenata curiosità.

L’uomo si sveglia, non ricorda nemmeno quanti giorni siano passati da quando per un banale controllo era entrato per la prima volta in quell’ospedale. Il dottore lo saluta , lo rassicura riferendogli di non essere lì per sottoporlo ad ulteriori analisi né tantomeno per ulteriori “sentenze” così ormai quell’anziano signore aveva cominciato a chiamarle.

Il dottore stanco della lunga ed impegnativa giornata che aveva trascorso, decide di fermarsi cercando in qualche modo d’instaurare un dialogo con quell’uomo che intanto lo scrutava con uno sguardo incerto.

Il dottore lo aiuta a sedersi sul lettino.

- Ah, una volta le mie gambe volavano! Potevo superare qualsiasi ostacolo, adesso anche il letto mi sembra un muro  invalicabile.

- No, ma non è lei il problema, sono questi letti, li fanno sempre più alti!

Il dottore era bravo ad incoraggiare i suoi pazienti, non sapeva più essere Vittorio Ascoltieri, ma sempre e soltanto il dottor Ascoltieri, di cui tutti parlavano.

L’anziano signore comincia a raccontare dei suoi novantasei anni di vita, trascorsi tutti in maniera differente, nuovo era ogni giorno, vivendo una moltitudine di esperienze in luoghi sempre diversi. Si era trovato molto spesso in passato in situazioni di grave pericolo, ma racconta di essersi adattato alle situazioni più disagiate continuando sempre a gioire ed apprezzare anche le piccole cose.

Il dottore ascolta con molta attenzione queste storie , non avrebbe mai potuto immaginare che un uomo solo, in una sola vita, avrebbe potuto fare così tante cose.

Nota che gli occhi dell’anziano signore brillano intanto che rivisita con gioia quei momenti, quei ricordi.

Il dottor Ascoltieri si alza di scatto dalla sedia, saluta l’anziano signore scusandosi per aver perso la cognizione del tempo riferendo dunque di dover scappare.

- Si la capisco,vada pure, non si preoccupi, sicuramente la sua famiglia la starà aspettando!

Udendo queste parole lo psichiatra non riesce a trattenere le lacrime; torna a casa apre la porta illudendosi che ci sia qualcuno ad aspettarlo.  Non trova nessuno in casa, come sempre del resto. Non si era sposato poiché aveva dedicato anima e corpo alla sua preziosa carriera, né avrebbe potuto avere tempo per dei figli.

All’improvviso gli venne in mente la sua tesi di laurea, aveva analizzato i testi di Italo Svevo, impressionando la commissione che gli aveva poi dato il voto più alto, ma non si era mai reso conto fino ad ora di quanto i protagonisti di questi romani gli somigliassero.

- Un inetto. Anch’io sono un inetto.

E non aveva torto. Anche questa volta “l’infallibile” aveva risolto un nuovo caso; il suo caso, quello numero ventitré.

Non era mai stato in grado di operare delle scelte, aveva intrapreso gli studi classici lasciando che i suoi genitori prendessero le decisioni più importanti al posto suo, dopo il diploma gli studi all’università per diventare psichiatra, anche questa scelta frutto di un caso, di una scommessa tra amici cui non aveva saputo sottrarsi.

Subito dopo la laurea era riuscito a trovare lavoro nella clinica di fronte casa sua, o per meglio dire di fronte casa dei suoi genitori. Per altri cinque anni aveva abitato in quella casa, portando avanti le abitudini di sempre, rispettando con rigore quasi maniacale la routine giornaliera.

Poi il trasferimento all’ospedale Veritas grazie ai suoi successi, ma lontano da quell’ambiente comodo, da quel mondo familiare che da sempre lo circondava.

Non era stato però difficile abituarsi anche alla nuova città, aveva preso un piccolo appartamento in affitto ( per comprarlo avrebbe dovuto prendere una decisione che richiedeva uno sforzo decisivo insostenibile per lui) ed aveva perfino acquistato un automobile di seconda mano, poiché gli era stata fatta un’offerta da un collega e non aveva saputo rifiutare.

Ogni giorno si recava col nuovo mezzo al lavoro, trascorreva ogni giornata allo stesso modo, non lasciava spazio a nessun cambiamento.

Al dottore non rimaneva che vivere la vita dei suoi pazienti attraverso le loro storie, solo così poteva sfuggire alla monotonia di ogni giorno, partecipando a nuove avventure, vivendo insoliti imprevisti senza che questi potessero davvero attentare alla sua tranquillità, ascoltare sconosciute passioni assaporando il piacere di vivere davvero la vita.

Lia.

Questo il dolore della vita: che per essere felici bisogna essere in due

Fin dal primo giorno in cui veniamo al mondo, sentiamo il bisogno di avere qualcuno accanto, piangendo tendiamo le braccia sperando che qualcuno ci conforti, ci culli e ci faccia sentire al sicuro; protetti per la prima volta volgendo i nostri occhi verso l’alto vediamo un volto che ci sorride con tenerezza e possiamo addormentarci felici, certi che questi momenti possano durare per sempre .

Così gli anni passano, impariamo a parlare, a camminare, andiamo alla scoperta di questo nuovo mondo, ma non tutto ci è chiaro, alcune cose ci spaventano, altre ci rallegrano, altre ancora invece non riusciamo a capirle e subito domandiamo a chi ci sta accanto (il nostro Virgilio di turno) il perché delle cose ed ecco che ogni pensiero, preoccupazione, incertezza svanisce rassicurati ancora una volta dai nostri consiglieri di fiducia.

Cominciano le prime amicizie, è bello da bambini condividere l’entusiasmo, le aspettative della vita e fantasticare insieme su un futuro in cui ci s’immagina sì cambiati, ma comunque insieme. Si continua a crescere e si comprende che il mondo lo si porta davvero sulle spalle, ma se qualcuno ti aiuta a sorreggerlo allora sembrerà più leggero. Qualsiasi problema sembra incombere irrimediabilmente, un banale litigio, un brutto voto appare quasi come la fine del mondo, corriamo dal nostro amico cercando conforto, chiedendo un’opinione, ma soprattutto una soluzione a
tutte queste difficoltà che paiono insormontabili. Adesso non siamo da soli, sappiamo di essere con qualcuno che ci vuole bene e farebbe qualsiasi cosa pur di garantire la nostra felicità.

Dai per scontato la sua presenza, ma non ti abituerai mai alla sua assenza.

Non sempre il fato però va nel verso giusto, già Machiavelli diceva che un buon Principe doveva sapere prevenire capovolgimenti di situazione preparando un piano di riserva, avvalendosi della propria virtù, perché non sempre la fortuna rimane dalla nostra parte. Ma le idee di Machiavelli riguardano la politica non riflettiamo sul fatto che questa dura legge possa valere anche per noi fino a quando, per cause che non riusciamo a comprendere, ci rendiamo conto che il buon Machiavelli ci avrebbe dovuto insegnare molto. Niente è eterno neanche le amicizie lo sono; ci ritroviamo da soli in questo mondo che sempre più diventa oscuro, non siamo più protagonisti della nostra vita siamo solo spettatori e non possiamo fare altro che stare a guardare e lasciare scorrere il tempo; niente ha senso se non lo  si può condividere con qualcuno, né la gioia né il dolore tutto si appiattisce e si spegne, tutto diventa un continuo climax e non fa altro che precipitare nel vuoto.

Tutti sanno però che “il tempo guarisce ogni ferita” e che “la vita è una sola” e non va sprecata. Superati i momenti più oscuri si va alla ricerca della nostra Beatrice o del “nostro” Beatrice, si ricerca quella luce che forse per troppo tempo è rimasta spenta. Qui il finale non è lo stesso per tutti, può essere lieto: c’è chi non importa quando anche se tardi trova la dolce metà da cui Zeus l’aveva separato e continua la propria vita felice perché ha ritrovato la parte perduta che fino a quel momento aveva provocato un senso di vuoto incompletezza.

Lia.

Stereotipi palermitani

Voglio raccontarvi un brevissimo aneddoto raccontatomi quest’estate da un amico.

Ci troviamo a Palermo, più precisamente sulla spiaggia di Mondello. Un uomo è intento a mangiarsi un panino. Non stiamo parlando di un normale panino, era uno di quelli belli imbottiti che quasi esplodeva e l’uomo in questione era un omone paffuto, appoggiato alle recinzioni che corrono lungo la spiaggia. L’uomo godeva ad ogni boccone, il termine giusto per descrivere al meglio il suo stato d’animo è “compiaciuto”. Nel più bello arriva un bambino. È magro, “fino fino” come dicono in Sicilia. Il bambino si piazza davanti all’uomo fissando quell’enorme panino. Attenzione il bambino non era denutrito, era solo un simpatico ragazzino attratto dalla vista di tutto quel ben di Dio. Improvvisamente il giovane si rivolge all’uomo con faccia impetosita: “Zioooo non mangio da tre giorni!”. L’uomo lo guarda, si gira a guardare il mare e successivamente, guardandolo negli occhi, gli dice: “Tu po fari u bagnu.”.

Purtroppo raccontata così non rende, ma a me ha fatto ridere molto e spero anche a voi!

Giuseppe.

Iscriviti

Ricevi al tuo indirizzo email tutti i nuovi post del sito.